Convegno
     
      LESSICOGRAFIA, FILOLOGIA E CRITICA
     
      Catania-Siracusa 26-28 aprile 1985
     
     
     
      Tito ORLANDI
     
      PROBLEMI DI CODIFICA E TRATTAMENTO INFORMATICO IN CAMPO FILOLOGICO
     
     
     
     1. Fra le molte discipline di carattere umanistico per le quali si è 
     pensato di sperimentare l'applicazione dell'elaboratore elettronico, 
     la filologia intesa in senso tecnico, cioè restituzione critica di un 
     testo antico, risulta essere una delle più refrattarie. Si sono fatti, 
     è vero, molti tentativi; e si sono affrontati ed approfonditi molti 
     problemi. Ma, per quanto è dato giudicare dalla bibliografia in 
     materia (che per verità potrebbe non dare un'idea compiuta del lavoro 
     anche nascosto che si stia svolgendo), si deve concludere che, dopo 
     l'importante incontro di Parigi del 1978 (la pratique des ordinateurs 
     dans la critique des textes) che ha molto contribuito a chiarire i 
     termini dei problemi, non si siano fatti sostanziali progressi in 
     questo campo.
     

Appare evidente che in questo campo ci siano piuttosto problemi da porre che soluzioni da mostrare. Non mi consta che si sia finora prodotta alcuna edizione, se non completamente, almeno in larga parte derivata da procedimenti automatici. Collazione dei manoscritti; ordinamento dei codici in base a statistiche sulle varianti; scelta di lezioni -- per nessuno di questi punti è stata ancora presentata una proposta davvero soddisfacente di automazione.

Nè, per la verità, abbiamo noi oggi qualcosa del genere da proporre. Per cui ce ne sarebbe abbastanza per consigliare di accantonare la questione fino a un momento più propizio. Ed invece a me sembra che proprio questo sia il momento di condurre un'operazione di chiarificazione metodologica, molto al di là di quanto è stato fatto nel colloquio di Parigi.

Se infatti è dato notare in campo informatico una stanchezza nelle discussioni a proposito della stemmatica e della sua possibile automazione; e scarsi o nulli risultati nella produzione automatica di edizioni critiche di tipo "classico"; è dato anche notare, in campo filologico, un interrogarsi sulla propria stessa metodologia "convenzionale", quasi con la scoperta della scarsa coerenza e consapevolezza che circondano il cosiddetto metodo del Lachmann, e d'altra parte con la diffidenza verso un metodo così meccanico come quello proposto da Dom Quentin e dai suoi continuatori.

Si noti che l'uno e l'altro fenomeno si sono tutt'altro che influenzati a vicenda, ma che sono piuttosto indipendenti l'uno dall'altro. Quello "filologico", fra l'altro, precede quello "informatico", dal momento che possiamo citare fra i suoi momenti più significativi le pubblicazioni di Dain, Timpanaro, Avalle (Pasquali e Maas vanno visti in altra prospettiva).

Noi crediamo che la crisi in ambito filologico sia dovuta soprattutto all'apertura, relativamente recente, al tardo-antico. I testi di questo periodo presentano un numero di codici sproporzionato rispetto a quelli classici; ed oltretutto in questi codici sono molto più facili interventi di tipo redazionale, proprio dato il carattere di quelle opere, d'interesse più immediato per i lettori medievali, rispetto alle altre.

Una delle conseguenze è stata fra l'altro una maggiore attenzione data ai singoli codici in quanto prodotti culturali autonomi, in certo modo oltre e al di là della catena che lega il loro contenuto ai modelli ed alle copie. I lavori di Reynolds-Wilson e poi di Cavallo e di Petrucci ne sono oggi le principali manifestazioni.

Per quanto riguarda poi il terreno più propriamente applicativo dell'elaboratore elettronico, io credo che un momento di ripensamento sia reso necessario da un'evoluzione interna e teoretica che sicuramente avrà notevole impatto nel prossimo futuro in tutto questo genere di applicazioni. Molto di quanto dirò si lega appunto a questo tema; ma è necessario anticipare fin d'ora che si tratta del fatto che lo studio del funzionamento dell'elaboratore e delle sue possibili applicazioni dimostra chiaramente che questa macchina, al di là del suo sfruttamento pratico, ha aperto la strada ad una nuova disciplina, l'INFORMATICA, i cui risultati possono aiutare a risolvere molti problemi delle altre discipline.

Dunque quello che mi propongo di fare è tentare di spiegare quali siano, e come possano interagire (a mio modesto avviso), i recenti sviluppi di queste tre discipline: l'INFORMATICA, l'ECDOTICA (preferisco questo termine in quanto più tecnico rispetto a FILOLOGIA), la CODICOLOGIA, per risolvere - o meglio per spostare su un piano teoricamente più coerente - i problemi posti fino ad oggi dalla FILOLOGIA.

2. Domandiamoci prima di tutto quali appaiono oggi i rapporti fra l'informatica intesa in senso tradizionale di "utilizzazione del computer" e la filologia. Si tratta essenzialmente di tre campi: 1. ricerca automatica delle varianti; 2. produzione automatica degli stemmi di derivazione dei codici; 3. procedimento automatico di stampa dell'edizione critica.

I campi 1 e 3 costituiscono un semplice ausilio meccanico (sebbene vi siano delle implicazioni che di solito si trascurano, e su cui ritorneremo).

Il campo 2 è quello su cui si sono esercitate soprattutto le discussioni teoriche, e sembra dunque essere quello più promettente dal punto di vista di risultati nuovi ottenuti con l'"informatica". Ma non si può fare a meno di chiedersi dove stia la novità, che non sia semplicemente data dall'interesse soggettivo di non filologi (per cui si vedono degli ingegneri che disputano molto seriamente sul valore delle varianti); e se non si tratti semplicemente di cercare di applicare corrette teorie statistiche dove prima l'applicazione era scorretta, senza che la macchina, nuovamente, non sia che un mero strumento pratico.

L'"informatica" come disciplina autonoma in tutto questo è puramente neutrale. Ai filologi (aiutati, se si vuole, dai matematici) spetta lo stabilire quale sia il modo migliore di costruire lo stemma, dal momento che sembra impossibile farne a meno, oggi, per un'edizione veramente critica. Quando essi si siano decisi, la macchina lo farà docilmente, senza troppi problemi, e con rapidità e precisione. Così come nella fase iniziale li avrà aiutati a evidenziare le varianti, e nella fase finale li aiuterà a stampare il risultato della loro opera.

Mi sembra evidente che, da questo punto di vista, l'informatica semplicemente NON ESISTE. E questa può essere in effetti una soluzione: che tutto proceda come prima, soltanto con la prospettiva di maggiore rapidità e minor costo nella diffusione dei risultati.

Si può tuttavia cominciare ad ampliare parzialmente la prospettiva, notando come, anche mantenendo questo punto di vista così restrittivo, l'informatica ponga al filologo delle questioni in qualche modo nuove. Essa lo spinge per lo meno a precisare assai più di quanto non fosse necessario prima, quanta parte del suo lavoro può essere affidata a procedimenti "automatici" piuttosto che intuitivi.

Questo sforzo di precisazione metodologica sembra in verità portare soprattutto a questa conclusione: che restando sul piano su cui si è finora rimasti, questo tipo di precisazione non potrà mai avvenire. Da questo punto di vista sembrano importanti soprattutto le osservazioni di C. SEGRE e alcune delle conclusioni delle Tavole Rotonde, nel Congresso di Parigi. Infatti, se le varianti, anche ai fini di costituire uno stemma, hanno valori diversi che possono essere riconosciuti solo dallo studioso, il problema si avvicina molto a quello della traduzione artificiale, ancora molto lontano dalla soluzione.

E comunque, lontana o meno lontana la soluzione, mi sembra che il punto vero della questione sia ben diverso. Esso è costituito, secondo me, da una considerazione nuova dei fini della filologia, ottenuta attraverso la medizione dell'informatica come è stata delineata più sopra.

3. Proviamo prima di tutto a rendere espliciti i fini del lavoro filologico, come oggi sono generalmente ammessi. Si parte dal principio che è esistito un testo scritto nell'antichità, dal quale è derivata una quantità di manoscritti con vari rapporti di spazio e di tempo, nei quali per varie cause si sono introdotte varianti rispetto al testo originale. Mediante il confronto dei manoscritti a nostra disposizione, è possibile tentare di ricostruire una catena che ci riporti al testo originale, considerato che, salvo casi solitamente individuabili, i responsabili a cui si deve la copiatura dei vari manoscritti, obbedivano all'interesse di tramandare quanto più fedelmente quel testo originale. Finalmente, una volta ottenuto il testo originale (secondo la capacità dell'editore), lo si stampa con l'intento di sostituirlo, come mezzo per la diffusione dell'informazione contenuta nel testo, a tutti i singoli manoscritti.

E' chiaro che quanto abbiamo detto descrive in maniera molto abbreviata il lavoro del filologo. Ma, secondo noi, le vere abbreviazioni non consistono nell'aver taciuto i molti problemi particolari che tutti conosciamo (problema di doppie redazioni; interpolazioni; emendazioni; etc.), ma nel non aver approfondito problemi che, per quanto ci consta, i filologi tendono a trascurare. Se li pone invece un informatico.

Dal suo punto di vista, il lavoro del filologo consiste soprattutto nella manipolazione e nella trasmissione di informazione e dunque lo tocca molto da vicino. La manipolazione consiste nella ricostruzione di precedenti trasmissioni, basandosi dunque sulla comprensione della loro codifica, per ritrovare il testo esatto della codifica originale. La trasmissione consiste nel ricodificare il testo in modo che da adesso in avanti possa essere diffuso senza alterazioni. Questo si ottiene tramite la stampa.

Noi vogliamo sottolineare che proprio l'avvento della stampa come fine ultimo del lavoro del filologo ha avuto un ruolo determinante nello stabilirsi della filologia nelle forme che essa ha in effetti assunto. E' vero che il problema principale non è stato all'inizio quello della costituzione di un buon testo, ma quello della diffusione a minor costo. Ma tale diffusione avveniva (e questo è l'altro lato della questione) a scapito di quello che possiamo chiamare vitalità della tradizione manoscritta. Ogni manoscritto era un prodotto a se stante; e se ciò poteva significare l'introduzione di errori o comunque di varianti al testo, poteva anche significare la correzioni di quegli stessi errori. Nel testo a stampa, invece, quello che appariva sulla prima copia appare necessariamente (salvo i noti casi di correzioni durante la stampa...) sull'ultima.

Si era di fronte alla cristallizzazione di un processo che prima era assai più vivace; e questo a poco a poco rese necessaria una maggiore attenzione al testo che veniva stampato; e quindi consigliò di giustificare le lezioni adottate, dove potevano esservi dubbi, citando le ragioni o comunque le fonti manoscritte; e finalmente si arrivò all'idea dell'apparato critico.

Abbiamo ricordato tutto ciò per sottolineare la caratteristica della stampa, rispetto al manoscritto, che ci interessa in questa sede: quella appunto di essere o di tendere ad essere una forma statica ed entro certi limiti definitiva, dunque un punto di arrivo; mentre il manoscritto era sempre il momento di un processo, assai più direttamente inserito non solo nella tradizione appunto manoscritta (fra un modello ed una copia), ma soprattutto in un ambiente cognitivo in cui generalmente il committente, lo scriba, gli altri eventuali veicoli fra testo e lettore, erano assai più interdipendenti e interattivi.

Ora, poiché l'utilizzazione della macchina tende ad inserirsi nel processo che porta alla stampa, è lecito chiedersi se questo potrà influire sulle caratteristiche che abbiamo ora delineato. Per una risposta soddisfacente occorre prima di tutto chiarire che cosa intendiamo per disciplina "informatica", legata alla macchina ma non esaurita nella sua utilizzazione.

4. L'immagine dell'informatica che propongo non è quella convenzionale. Essa nasce dal lavoro del Gruppo di Ricerca "Informatica e Discipline Umanistiche" dell'Università di Roma, che ho l'onore di dirigere dal 1983. Esso si propone di esaminare tutti i risvolti teorici dell'interazione fra l'informatica, intesa come disciplina autonoma, e ciascuna delle discipline umanistiche.

Per questo abbiamo elaborato una definizione di informatica come una scienza che è nata dall'esperienza di applicazione dei calcolatori, ma dopo essersi interrogata sui presupposti teorici di tale applicazione e del funzionamento stesso della macchina, ha riconosciuto come suo proprio e specifico, lo studio di un gruppo di fenomeni attraverso una particolare metodologia che solo parzialmente coincide con l'uso della macchina.

Il gruppo di fenomeni oggetto dell'informatica è quello che viene chiamato comunemente l'informazione; la metodologia si basa su tre concetti fondamentali che chiamiamo: CODIFICA, LOGICA FORMALE, PROCEDIMENTI AUTOMATICI (ALGORITMI). Non è possibile soffermarsi sulle ragioni di questa posizione, nè approfondire il significato di questi concetti, cosa che è stata fatta comunque in altra sede.

Proseguirò piuttosto dicendo che i principi basilari sui cui si fonda l'informatica sono a nostro avviso due. Primo: l'informazione può essere presa in considerazione indipendentemente dal suo rapporto con la realtà oggettiva che suppone di rappresentare. Secondo: il valore globale dell'informazione ed i rapporti fra gli elementi che la costituiscono non cambiano se sottoposti a procedimenti di trasmissione o di elaborazione che siano corretti sotto il profilo della logica formale.

Da questi due principi deriva (per quanto riguarda le discipline umanistiche, ed in particolare quelle filologiche) la possibilità di usare tipi di codifica differenti per scopi differenti e soprattutto a livelli differenti (transcodifica) per presentare in modo vario uno stesso gruppo di informazioni, o, se si vuole, per rappresentare in modo vario ma con gli stessi rapporti intrinseci un medesimo gruppo di fenomeni.

Penso che a questo punto si possano vedere, seppure non chiaramente, i rapporti fra l'informatica come la vedo io e la macchina. L'informatica giustifica la possibilità di fornire alla macchina informazioni in codifica binaria (e poi transcodifiche di vario tipo: p.es. caratteri alfabetici etc.) e fornisce il presupposto teorico affinché la macchina le gestisca mediante i propri circuiti logici. Ma rimarrà oscuro il rapporto che ci possa essere fra questa informatica e la filologia, peggio ancora l'ecdotica.

5. Abbiamo già detto che l'informatico riconosce che il filologo lavora come lui sulle informazioni. In particolare, l'informatico non solo si sente autorizzato a classificare il lavoro del filologo secondo certi parametri per lui convenienti; ma si sente anche autorizzato, una volta riconosciuta la stampa come veicolo di uno dei sistemi possibili di codifica, confrontabile con il manoscritto da un lato, e con la macchina dall'altro, a chiedersi se vi siano differenze sostanziali fra quei veicoli, e, qualora esistano, se gli utenti se ne rendano conto ed usino in maniera conveniente i sistemi (di codifica e altro) creati per quei veicoli ed i veicoli stessi.

Posta così la questione, la mia risposta è la seguente: una grande (e forse sostanziale) differenza fra quei veicoli è quella cui accennavamo prima: due di essi sono "dinamici" (il manoscritto e il computer); il terzo è "statico" (la stampa). (Si badi che la distinzione non è tassativa, ma comunque proponibile abbastanza chiaramente). Stando così le cose, il computer usato con gli stessi criteri usati per la stampa è impiegato in maniera impropria.

Cominciamo dal primo punto. Abbiamo già accennato ad alcuni dei motivi che ci inducono a considerare dinamico (in altri termini "vitale") il manoscritto rispetto alla staticità della stampa. Aggiungeremo che un'altro motivo, che ora diventa più importante, è costituito dal fatto che il manoscritto si caratterizzava come comunicazione da un individuo ad un altro individuo, mentre la stampa piuttosto come comunicazione ad un gruppo assai vasto ed indistinto.

Il computer è sotto questo aspetto parzialmente differente da ambedue i sistemi, perché dispone di una capacità logica sua propria che si interpone fra il soggetto e l'oggetto della comunicazione. Ma, per quanto strano possa sembrare, si avvicina piuttosto al manoscritto (e anzi lo supera), perché la sua capacità logica permette all'oggetto della comunicazione di intervenire in maniera dialettica ma coerente rispetto alle intenzioni del soggetto, stabilendo con ciò un dialogo per lo meno implicito. Quel dialogo che era esaltato dal manoscritto e mortificato dalla stampa.

Per quanto riguarda il secondo punto, che il computer venga usato sostanzialmente con i criteri validi per la stampa si deduce abbastanza chiaramente (e si potrebbero fare alcune distinzioni, ma di poco rilievo) dal fatto che tutti quelli che lo usano pensano a produrre come risultato finale un'edizione a stampa. Per questo i passaggi precedenti possono essere orientati in un solo modo, anche se risultano in qualche modo modificati dall'impiego della macchina.

Da questo discende che, se si accettano come vere le caratteristiche della macchina che abbiamo sopra delineato, il suo uso NON come sostituto, ma come ANTECEDENTE della stampa è fondamentalmente errato. Bisognerà dunque trovare l'uso della macchina specificamente coerente con le sue caratteristiche: non solo quelle che abbiamo delineato finora, ma anche altre.

6. Di nuovo occorre qui introdurre il punto di vista dell'informatica come disciplina che può anche prescindere dalla macchina. Si tratta infatti, da un lato, di mettere a confronto strumenti di comunicazione delle informazioni di tipo vario, dunque utilizzando una scienza che non si occupa di uno solo di quegli strumenti; dall'altro, di interrogarsi davvero sul fenomeno dell'informazione, e in esso inquadrare il problema della trasmissione dei testi antichi: compito che non può essere di competenza di una scienza dipendente dalla macchina.

Dichiariamo anche che useremo (come del resto abbiamo già fatto) il termine di "codifica" al posto di quello per certi lati più pertinente di "espressione" per sottolineare un maggior senso tecnico dato al concetto, ed un certo disinteresse per l'oggetto primario (a livello di esperienza vitale) dell'espressione o della codifica.

Partendo dall'autografo (sia pure come punto di riferimento forse non del tutto reale, forse mai esistito, ma idealmente utile; lo stesso si può dire dell'archetipo), esso potrà essere visto come la codifica su supporto cartaceo del testo, cioè del prodotto di un linguaggio che esprime (qui si non si può fare a meno dell'"espressione", perché non si tratta di codifica) le intenzioni dell'autore. Le successive copie manoscritte rappresentano uno sforzo di riprodurre in maniera soprattutto ANALOGICA, su un medesimo supporto, quella codifica, o più precisamente quell'insieme di strutture codificate.

Qui abbiamo già i primi accenni di interazione fra codifica di un linguaggio e riferimenti a ciò che esso esprime. Si possono avere infatti degli interventi da parte del curatore del manoscritto, soprattutto quando sembra che la codifica che si trova nel "modello" non sia conforme, prima di tutto, alla volontà espressiva dell'autore, e quindi alla (probabile) codifica originale dell'"autografo" (o archetipo).

Finché questo resta nell'ambito di una tradizione manoscritta, non crea molti problemi, come si è visto storicamente (in quanto il lavoro delle edizioni antiche è stato importante ma relativamente modesto), ma anche si può giustificare teoreticamente. Intendo dire che una interazione del tipo di cui abbiamo parlato viene naturale in presenza di un ambiente di scambio (ambiente culturale) ristretto come numero di persone, e di criteri di produzione del materiale scritto inseriti direttamente nel contesto culturale dei riceventi (e spesso contemporanemente degli autori, sia pure lontani nel tempo). Un manoscritto viene generalmente prodotto per una persona e con un scopo preciso; la produzione è culturalmente "mirata".

Con l'avvento della stampa (sia pure dopo un necessario processo storico) il clima cambia radicalmente, soprattutto con la distinzione fra problemi di vera e propria codifica e problemi di critica ermeneutica. Il filologo "puro" non si pone come fine di giudicare il testo di cui si occupa, ma di restituirne quanto più fedelmente possibile la forma originale. E' chiaro che questo presuppone una conoscenza storico-linguistica ed anche un giudizio "ermeneutico" di base, al di là di ogni capacità tecnica di indagine paleografica e statistica sulle varianti; e tuttavia proprio il prodotto finale tipico del lavoro del filologo (la pura edizione critica) esclude ogni evidente apprezzamento ermeneutico.

Ma ci si chiede allora: che cosa e come davvero vuole riprodurre il filologo? Non la codifica dei manoscritti in quanto tale (dopo il primo errato approccio "analogico" dei primi stampatori); e nemmeno la codifica in senso fisico (si pensi anche alla divisione delle linee, a segni diacritici vari etc.; che anzi si aggiungono e si mutano segni di paragrafo e punteggiatura etc.) del più o meno supposto autografo o archetipo. Siamo comunque ad un ibrido, che tramite un nuovo tipo di codifica (appunto la stampa, con la sua caratteristica di riproducibilità analogica quasi all'infinito) si pone a mezzo fra il testo dell'autore come pura espressione linguistica non materialmente codificata ed "un" manoscritto come codifica "ad hoc" (per un fine preciso, per lettori precisi) con le sue caratteristiche culturali soggettive e dunque con la probabilità di travisamenti (errori o interventi etc.).

Questo prodotto era evidentemente il meglio che si poteva concepire, quando si poteva ragionare solo in termini di stampa, come supporto di codifica. Oggi può non essere più così, alla presenza di un supporto di codifica assai più sofisticato, ma soprattutto (e anche di conseguenza) di un atteggiamento anche teorico di "informatizzazione" che supera il mero rapporto con la macchina, col riconoscerne la caratteristica di operare (anche) LOGICAMENTE, dunque in qualche modo attivamente, e non solo passivamente.

7. Secondo il nostro punto di vista, l'informatica offre una metodologia, se non risolutiva, per lo meno molto interessante per chiarire tutte le questioni inerenti alla trasmissione dei testi classici. Abbiamo già accennato al fatto che due degli elementi costitutivi di questa metodologia sono: la CODIFICA e la LOGICA FORMALE. E' ora il momento di approfondire la loro incidenza sul tema che stiamo trattando.

7a. L'informatica ci insegna che una codifica attraverso la quale si trasmette informazione (trasmette qui può anche avere senso solo implicito: poter trasmettere) può essere manipolata e mutata a piacere, purché si resti costantemente nell'ambito di una corrispondenza biunivoca fra i vari sistemi di (trans-)codifica. E' questo il principio in base al quale è possibile "copiare" un manoscritto, farne un'edizione a stampa, o anche immagazzinarlo in una memoria magnetica.

Tuttavia l'"equivalenza" fra due codifiche differenti (sia intrinsecamente, sia anche per il solo fatto che uno stesso sistema è applicato su due supporti differenti in tempi differenti) ha un doppio significato: puramente formale, e sostanziale. Dal punto di vista formale, significa soltanto che ad ogni SEGNO di un codice possiamo essere sicuri che corrisponda un solo SEGNO dell'altro codice. Dal punto di vista sostanziale, significa che attraverso l'uso di ambedue i sistemi di codifica viene "espressa" (qui torna questo termine) la medesima informazione.

Si tratta di due valenze distinte, che potremmo chiamare FORMALE e SEMANTICA. Noi abbiamo accennato sopra che l'informatica non si occupa, di per sè, della seconda valenza (semantica) del principio di codifica; ma naturalmente non la può ignorare. Essa fa presente al filologo soprattutto due cose:

1. Che la valenza formale della codifica è sicura, ma che da questo punto di vista ciò che è possibile (trans-)codificare è solamente UN manoscritto.

2. Che la valenza semantica è assai meno sicura, ma d'altra parte è quella che davvero interessa poi gli utilizzatori del lavoro del filologo (consueto intreccio di ecdotica ed ermeneutica cui si accennava prima), ed è quella che giustifica il lavoro "critico" di confronto e (tentata) unificazione (riduzione all'originale: archetipo, autografo...) dei manoscritti a disposizione.

La conseguenza importante è che se si accetta, e nei limiti in cui si accetta, la valenza semantica, deve esser possibile trovare una codifica in cui i segni siano in corrispondenza biunivoca non già con "una" delle forme dei semantemi, ma col loro "senso" o "significato" (in senso molto restrittivo). Oltretutto in questo processo la macchina può avere un'utilizzazione importantissima, in quanto si basa alla radice su un alfabeto binario, dal quale si formano poi altri livelli di alfabeti complicati a piacere di chi la gestisce.

Non si tratta di una strada già segnata, ma di una serie di tentativi. Essi vanno, per es., da uno di tipo molto semplice, quale quello della uniformazione grafica, su cui si può trovare un sostanziale accordo (coelum/caelum; sed/set; causa/caussa; etc.), ad altri di tipo più discutibile quale quello di interventi sintattici (indicativo/congiuntivo: faciunt/faciant etc.).

In tutti questi casi la codifica può essere fatta in modo che il testo possa essere automaticamente uniformato (nel senso voluto dal singolo editore, o addirittura dal fruitore) quando lo si vuole; ma che restituisca le caratteristiche di un singolo codice, quando lo si ritenga opportuno.

7b. Per quanto riguarda la logica formale, i procedimenti propri dell'informatica, che derivano (almeno per quello che è la situazione attuale) da un tipo di logica dei predicati legato all'algebra c.d. di Boole ed alla teoria degli insiemi, ci portano direttamente al cuore del problema dei rapporti fra il "documento" e la "interpretazione" (cui si accennava prima parlando di ecdotica e di ermeneutica).

Di nuovo siamo di fronte al problema di "vitalità" degli strumenti della trasmissione e diffusione del testo (cioè dell'informazione). E' noto (dopo gli sviluppi non solo dello storicismo ma anche della fenomenologia) che la ricezione totalmente oggettiva dell'informazione è un'idea utopica, e dunque che l'esistenza di un testo "oggettivo", in sè, avviene soltanto a livello puramente materiale e formale (codifica nel primo senso esposto sopra), e come tale inservibile per il lavoro ermeneutico, che è quello che davvero importa.

D'altra parte, quella di giungere alla valutazione di un testo quanto più possibile vicina alle intenzioni dell'autore, e non dei critici, è un'esigenza insopprimibile, senza la quale si negherebbe la possibilità di ogni approccio storicistico.

Una delle possibili soluzioni è quella di escogitare e di dichiarare molto chiaramente la metodologia che si segue nell'eseguire il lavoro ermeneutico su quella che prima di esso è soltanto un prodotto di codifica. Ebbene, se quella metodologia fa propri i principi della logica formale, la sua applicazione al testo può essere addirittura automatizzata, cioè eseguita materialmente dalla macchina.

Questo ha tre vantaggi: 1. Quello di poter processare con sicura uniformità una quantità di dati talmente grande, da non poter sicuramente essere presente alla mente di qualsiasi studioso nel suo insieme (con relativa possibilità di difformità metodologiche più o meno inconsce). 2. Quello di poterlo fare in un tempo assai ridotto. Questo è un vantaggio meno importante teoricamente, ma i cui effetti non tarderanno a notarsi sullo sviluppo delle discipline umanistiche. 3. Quello di avere a disposizione un mezzo sicuramente imparziale per applicare la metodologia scelta.

Quest'ultimo vantaggio è per noi di gran lunga il più importante, soprattutto se lo si vede unito alla possibilità da parte di chi riceve l'informazione (se ha disponibile anch'egli una macchina, e dunque la riceve codificata in modo binario = elettronico) di intervenire direttamente sulla metodologia, per sperimentarne una parzialmente o totalmente differente, e valutarne i risultati.

Con questi sitemi, quel carattere "ibrido" che avevamo indicato come tipico della stampa (cioè di porsi come qualcosa a mezzo fra il testo idealmente originale e quello materialmente esistente in un manoscritto) viene a risolversi tramite la chiarificazione estrema delle operazioni informatiche riconosciute nella documentazione a nostra disposizione e condotte su di essa per ricuperare nella globalità quello che non è offerto dal singolo documento.

8. Fin qui la teoria; ma per quanto riguarda la prassi? Penso che gli interrogativi oggi siano soprattutto due: se sia davvero possibile procedere sulla strada sopra indicata, dati i mezzi di cui possiamo disporre; e se tale strada sia già stata in qualche modo imboccata da qualcuno, per poter dire che non sia piuttosto una fantasia o un pio "desideratum".

Vorrei partire da questo secondo interrogativo, e rispondere in maniera forse un po' provocatoria, dicendo che, per quanto strano possa sembrare, tutti coloro (e non sono pochi) che hanno utilizzato sistemi informatici (in sostanza il calcolatore) possono essere citati come esempi dell'aver imboccato quella strada e dell'aver ottenuto già alcuni risultati.

Infatti quello che abbiamo tentato di fare sopra non è stato di indicare qualche metodo rivoluzionario nell'uso dell'informatica, ma solo di interpretare nella maniera più coerente possibile le esperienze fatte finora.

Si potrà obiettare che in concreto non molto hanno portato quelle esperienze, e l'abbiamo già detto noi stessi. Ma risultati negativi e discussioni suscitate spesso non sono meno importanti dei risultati pratici. Si pensi appunto al rinnovato fervore di discussioni intorno alle teorie del Quentin; alla qualificazione o meno delle varianti; al modo di presentare (sia pure in stampa) il testo critico. Molto di questo non si sarebbe avuto, senza i nuovi orizzonti aperti dall'informatica.

Occorre andare più in là (e qui veniamo al primo degli interrogativi che avevamo proposto). Ma come? Prima di tutto prendendo coscienza della sfida logica e metodologica (non solo pratica) che ci pone l'informatica. E quanto al lato operativo, cercando di mettere a punto sempre di più e sempre meglio dei sistemi INTERATTIVI fra macchina e studiosi. Sottolineo il plurale, studiosi; perché occorre considerare sia chi propone un lavoro critico sia chi si pone in un primo momento come ricevente di tale lavoro, ma può diventare a sua volta proponente di qualcosa di diverso.

La base, il punto di partenza di un sistema interattivo, non può che essere ciascuno singolo codice codificato (in codifica binaria) nella maniera più opportuna (anche su questo sarebbe bene aprire una discussione). Il contributo poi degli studiosi deve consistere nel proporre da un lato i tipi di programmi gestionali più adatti (dal semplice confronto dei testi ad un programma, per es., che trasformi delle concordanze in banca dati), e dall'altro degli interventi diretti (sotto forma di "glosse" o note elettroniche, che per es. appaiano a volontà sullo schermo in corrispondenza dei passi a cui si riferiscono), che stanno al posto delle emendazioni, del riempimento delle lacune, etc.).

Il tutto dovrebbe continuare poi col lavoro interpretativo e storico, che applicherebbe al materiale così formato, quasi come a una banca dati, metodi di interrogazione e di gestione (e di annotazione...) suoi propri.

Tutto questo dovrebbe permettere il computer, a differenza della stampa. Si tratterebbe, ripetiamo, non di una rivoluzione metodologica, ma di uno svolgimento più chiaro, coordinato, e coerente (vorrei dire più logico) di un lavoro che un sistema che oggi appare rudimentale come la stampa permette di compiere solo lentamente, faticosamente, e pertanto in modo più confuso.

SEGNALAZIONI BIBLIOGRAFICHE.

AA VV, Il libro e il testo (Atti del Convegno internazionale, Urbino 20-23.9.1982), Urbino (Università degli Studi) 1985. Cf. specialmente: G. CAVALLO, Frammenti di un discorso grafico- testuale, p. 415-430; A. PETRUCCI, Minuta, autografo, libro d'autore, p. 397-414.

AA VV, La pratique des ordinateurs dans la critique des textes, Paris (Ed. du CNRS) 1979. Per quanto ci riguarda, cf. specialmente: J. FROGER, La méthode de Dom Quentin, la méthode des distances et le problème de la contamination, p. 13-22; C. SEGRE, Les transcriptions en tant que diasystèmes, p. 45-50; J. G. GRIFFITH, Non-Stemmatic Classification of Manuscripts by Computer Methods, p. 73-86; R. MARICHAL, Conclusions du colloque, p. 285-288.

AA VV, Probleme der Edition Mittel- und Neulateinischen Texte (Colloquium der DFG, Bonn 26-28.2.1973), Boppard (Boldt) 1978.

D'Arco Silvio AVALLE, Principi di critica testuale, Padova (Antenore) 1972.

Susan HOCKEY, A Guide to Computer Applications in the Humanities, Baltimore-London (J. Hopkins U.P.) 1980.

L. D. REYNOLDS - N. G. WILSON, Scribes and Scholars, Oxford (Oxford U.P.) 1968 (tr. it.: Copisti e filologi, Padova, Antenore, 1974).

Fabio SARTOR, Filologia Classica e Computer, "Informatica e Documentazione", 11, (1984) 286-306 (con ampia bibliografia).

Sebastiano TIMPANARO, La genesi del metodo del Lachmann, Firenze (Le Monnier) 1963.